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Incontriamo Audra Bertolone, una delle prime professioniste che, in Italia, ha scoperto con successo le opportunità lavorative che si possono cogliere attraverso l’utilizzo del moderno web. Dopo aver lavorato per anni presso un’azienda secondo modalità “tradizionali”, Audra Bertolone, ha saputo, dopo la maternità, ricostruirsi un percorso professionale, diventando assistente virtuale. E’ una professione che offre numerosissimi sbocchi professionali. Non si tratta, come si crede erroneamente, solo di fare la segretaria da casa, ma di crearsi una professionalità tale da potersi proporre in svariati ambiti: da quelli più tradizionali della segreteria, al Web Marketing e al Social Media Marketing, alla promozione delle imprese o di studi professionali, ecc. Sono ormai migliaia le Assistenti Virtuali in tutto il mondo e non vi è dubbio che sarà una tendenza in crescita anche in Italia.

Ecco la sua storia, le sue considerazioni sul remote work, i suoi suggerimenti per i giovani che vogliano affrontare con successo un percorso di inserimento lavorativo nell’ambito del freelancing mediante la rete

Quali sono state le ragioni che l’hanno indotta ad intraprendere un’attività professionale, quella di assistente “virtuale”, da svolgere completamente attraverso il web?

Il mio passaggio al lavoro da remoto è stata una scelta compiuta in occasione della maternità. In realtà, mi sentivo ad un bivio: rimettermi nel mondo lavorativo cosiddetto “tradizionale” e quindi ricominciare ad inviare il mio curriculum alle aziende e sostenere tanti colloqui che spesso sono senza alcuna speranza di successo, oppure trovare il  modo di mettermi in proprio e di avviare un’attività che fosse solo mia. Ho scelto la seconda opzione, perché via via, studiando e informandomi, mi sono convinta del fatto che il  lavoro da remoto rappresenta, per tanti aspetti, una delle prospettive più interessanti e praticabili nei futuri scenari del lavoro.

Quindi la scelta di lavorare da remoto le ha consentito anche di svolgere serenamente il suo ruolo di mamma, non le pesa però  la mancanza di un impiego stabile?

Posso tranquillamente affermare di amare questo lavoro che mi sono, per dir così, inventato, anche perché mi permette di conciliare la mia vita professionale con quella familiare. Per quanto riguarda la mancanza del cosiddetto “posto fisso”, si tratta di un discorso che merita un approfondimento, anche in riferimento a come si è evoluta la mia esperienza di lavoro precedente.

Veda, personalmente sono convinta che, grazie alla diffusione delle nuove tecnologie digitali, l’organizzazione del lavoro, a livello globale,  si stia evolvendo in direzione della flessibilità, della necessità di lavorare con clienti sempre diversi, dell’esigenza imprescindibile di adattarsi a mutamenti del mercato sempre più rapidi e non sempre prevedibili.    Certo, sono ben consapevole del fatto che nella società in cui viviamo tuttora è ampiamente diffusa l’idea che un progetto di vita non possa fare a meno dell’ambizione di trovare un impiego stabile all’interno di un’azienda o di una pubblica amministrazione.

Questo è quello che le persone intorno a me tutt’ora pensano, ma io non sono assolutamente d’accordo.  Ho avuto la fortuna di lavorare in un’azienda che per 5 anni mi è apparsa una stupenda realtà: nell’organizzazione del lavoro vedevo prevalere criteri meritocratici, ci si aiutava reciprocamente a prescindere dalle gerarchie e  si perseguiva, con slancio solidale, la crescita professionale di tutte le componenti.

Da li ho imparato tanto, almeno il 90% di quello che so fare, poi però è avvenuto qualcosa di molto spiacevole: nel momento in cui mi accingevo a diventare mamma, ho visto prevalere una mera logica del profitto e dell’interesse aziendale, sicché, per dirla in breve, hanno adottato tutte le possibile iniziative per costringermi a rinunciare al mio incarico.

Alla luce di questa esperienza, è stato naturale, dopo la maternità, non avere proprio alcuna voglia di ritornare in una dimensione aziendale. E poi c’era il desiderio di essere sempre presente nella vita di mio figlio e di non farlo crescere in un asilo, o dai parenti.

 

Quali sono stati i primi passi per avviare la sua nuova attività? In che modo, ha dovuto aggiornare le sue competenze per intraprendere un’attività lavorativa in remoto?

Inizialmente, avevo le idee un po’ confuse: volevo aprire un’attività in proprio come educatrice cinofila, poi sono passata al telemarketing, un flop totale.

Un giorno, cercando sul web mi sono imbattuta nel blog di Nomadi digitali, che raccoglie testimonianze, storie e articoli di persone che lavorano viaggiando. In particolare, ricordo di aver  letto un articolo di Mary Tomasso, che ha introdotto in Italia i corsi di formazione per diventare assistenti virtuali. Leggendo la sua storia e comprendendo meglio come si svolge il lavoro di assistente virtuale, ho deciso di provare.

Così  mi sono iscritta al suo corso online, l’ho frequentato e ho ampliato il mio bagaglio di conoscenze con tutte quelle soft skills necessarie a lavorare in remoto. Nel corso infatti venivano affrontate tematiche importanti e per me molto stimolanti:  le metodologie di base per lavorare mediante il web, come promuovere la propria immagine professionale attraverso la rete, come aprire un blog ed essere presente sui social in modo professionale e produttivo, come gestire il rapporto con clienti appartenenti a contesti anche molto diversi, ecc. Si è trattato di ampliare le mie conoscenze ed integrarle con altre che da subito mi sono apparse molto interessanti.

E’ chiaro che poi l’inizio vero e proprio della mia nuova attività, non è stato certo un percorso esente da difficoltà, prima fra tutte quella di dover vincere lo scetticismo generale, anche tra le persone a me più vicine, in merito alla possibilità di lavorare esclusivamente da casa attraverso la rete. Diciamo che è stata una bella sfida ed oggi, a distanza di qualche anno, posso tranquillamente affermare di averla vinta.

Diceva che uno degli aspetti fondamentali del lavoro da freelancer è quello di sapersi creare una propria immagine professionale sul web. Quali sono le tecniche e gli strumenti che ha utilizzato?

Ho innanzitutto creato il mio sito Internet, cercando di mettere in pratica tutto ciò che avevo appreso durante il corso. Quindi, ho cominciato a pubblicare i miei primi articoli e successivamente  ho creato anche un podcast.

Contemporaneamente ho creato e sviluppato i miei spazi social, in quanto si trattava di mettere in atto una precisa strategia di comunicazione per incrementare le visite al sito e attrarre i potenziali clienti.

All’inizio ero presente un po’ su tutti i social network, Facebook, LinkedIn, Google Plus; poi, con l’esperienza e gli studi, ho capito che è preferibile orientarsi solo verso quegli spazi dove è più facile incontrare il proprio target di clienti.

Nel mio caso, utilizzo LinkedIn e soprattutto  Facebook, perché i miei target sono fondamentalmente su questi due social media. Ma, ripeto, è sempre necessario condurre una indagine preliminare molto accurata per poi definire una strategia di comunicazione e di promozione della propria immagine professionale.

 

Come è riuscita ad entrare in contatto con i primi clienti?

Dopo circa due mesi dalla pubblicazione del mio sito, è arrivato il primo cliente. Successivamente, utilizzando la  piattaforma di Appwork ne sono arrivati altri.  E da quel momento in poi, operando molto anche su LinkedIn, ho progressivamente incrementato i miei contatti e ottenuto tante opportunità di lavoro.

Ha solo clienti italiani o anche stranieri?

Per il momento il mio lavoro si rivolge quasi esclusivamente a clienti italiani. Mi sono capitati, ma solo episodicamente, anche clienti italo-americani. Sto pensando se e come provare ad allargare la mia  cerchia anche all’estero.

Come tutti, avrà commesso, soprattutto all’inizio, degli errori. Di quali  si è pentita maggiormente?

Gli errori è sempre bene farli. Il mio più grave è stato quello di aver sbagliato, inizialmente, la nicchia di mercato. Durante il corso raccomandavano di partire dalle proprie passioni per trovare i clienti ideali. Cosa che, in linea di principio, è anche giusta.  Peccato però che, almeno nel mio caso, le passioni non corrispondevano a lavori sufficientemente remunerativi.

Essendo io appassionata al mondo degli animali, credevo di trovare opportunità di lavoro in quel contesto, cosa che poi si è rivelata un’ipotesi irrealistica. Altra mia passione è l’artigianato artistico, ma anche qui è apparso poi chiaro che non si potevano trovare clienti interessati ad un’assistente virtuale. Ho quindi puntato su professionisti e imprenditori e, con un po’ di fortuna, le cose sono cominciate a cambiare in meglio.

 

Uno dei problemi più frequenti dei remote worker è quello della tutela del proprio lavoro: incertezza o ritardi nei pagamenti, effettiva validità dell’incarico conferito, ecc. Lei come si cautela?

Da questo punto di vista, devo dire che fin da subito ho assunto un atteggiamento determinato. Infatti, ho chiesto sempre ai miei clienti il pagamento anticipato. Solo se  il totale superava una certa cifra, allora dividevo il pagamento: 50% anticipato e 50% alla fine della prestazione professionale. In generale, però mi posso considerare abbastanza fortunata:  non ho mai avuto problemi di rilievo, mai nessuna obiezione sull’anticipo. Probabilmente anche perché il mio target è abituato a lavorare in modo professionale e secondo modalità anche innovative.

A giovani (e meno giovani) che volessero intraprendere la sua stessa strada, cosa consiglierebbe?

Rispetto a quando ho iniziato, la situazione oggi è diversa. Sicuramente quella dell’assistente virtuale è una professione molto più conosciuta. Il mio consiglio è innanzitutto seguire un corso per acquisire le competenze necessarie:  quello di  Mary Tommaso o quello della Virtual Assistant Academy.

Io stessa offro  consulenze a chi vuole lavorare da casa, o magari intende intraprendere un percorso professionale analogo al mio. In ogni caso, raccomando a tutti di non smettere mai di studiare e di aggiornarsi. Infatti, le professioni esperibili mediante il web hanno bisogno di una costante acquisizione e raffinamento di tecniche e di competenze specifiche. Credo che tutto ciò sia necessario per adeguarsi ad un contesto quanto mai mutevole e sempre in evoluzione. E’ come una sfida da porsi innanzitutto con noi stessi, rispetto alla quale solo la capacità di restare al passo con i tempi, ci può far risultare vincenti.

Gloria Paoloni – 28 anni di Ascoli Piceno – laureata in giurisprudenza – assistente e consulente virtuale – ideatrice del progetto egloconsulenza.it, sito nato con l’intento di offrire lavori e servizi da remoto per poter lavorare ovunque e con chiunque.

 

Quali sono state le riflessioni che ti hanno spinto a testare e a seguire le opportunità che riserva il lavoro da remoto? Cosa ti ha davvero convinto a perseguire questa strada?

Direi che è stata sia una necessità professionale sia personale. Uno degli aspetti che più mi ha spinto a lavorare da remoto è che mi sentivo troppo vincolata a un lavoro d’ufficio, da una parte perché avvertivo l’esigenza di far conoscere il mio lavoro a 360°, dall’altra per lavorare libera, con solo un computer e una connessione wifi, al massimo con uno scanner portatile e uno smartphone.

Inoltre, per me l’aspetto positivo nel lavoro da remoto sta nella possibilità di poter gestire più clienti, avere una missione diversificata sulle tipologie di lavoro, e anche un alto livello di gratificazione che va al di là delle otto ore lavorative in ufficio!

Lo stimolo è arrivato a New York dove ero per un viaggio di piacere, più precisamente in uno Starbucks dove ho visto per la prima volta tanti giovani lavorare tranquillamente al pc sorseggiando una tazza di caffé. Lì mi sono resa conto che il benessere delle piccole cose ti può portare a essere produttivi ovunque. Così ho immaginato di replicare l’esperienza in Italia: al ritorno ho cominciato a lavorare innanzitutto sull’idea di una mission interessante nel mondo digitale e ho continuato a formarmi comunque nel settore della comunicazione virtuale. Il lavoro da ufficio si svolge in un contesto diverso rispetto al virtuale, basti pensare semplicemente a un passaggio documenti, a un calendario condiviso col proprio cliente, modalità di cui ero acerba e dovevo assolutamente rimediare.

 

Ci racconti il tuo percorso formativo? Hai dovuto implementare aspetti necessari al remote working e che ti mancavano? Se sì, quali? Hai seguito corsi in presenza o una formazione a distanza?

Durante il periodo universitario, i canonici cinque anni del ciclo unico di giurisprudenza, oltre a studiare ho collaborato contemporaneamente con agenzie di comunicazione per ampliare il mio bagaglio culturale e formativo. In questo modo ho potuto acquisire anche una formazione amministrativa, infatti il mio progetto nasce dall’idea di offrire due tipologie di servizi, quello legato all’assistenza virtuale di segreteria, come pratiche, comunicazione, ufficio stampa, l’organizzazione agenda e viaggi e poi quello legato a una consulenza dal punto di vista legale basata sulla mia professionalità giuridica. Dopo i cinque anni ho seguito un master di secondo livello come professionista legale e nel frattempo ho lavorato in studi professionali e mi sono interessata a migliorare la mia competenza nell’assistenza legale (redazione contratti, accordi, transazioni) presso un’azienda che opera nel campo informatico: quindi contratti web, marchio, marketing, comunicazione online che mi hanno permesso di capire che avevo un bagaglio da poter investire professionalmente da remoto.

Ho comunque seguito dei corsi online, alcuni gratuiti altri a pagamento: quello più accreditato è quello di Mary Tomasso, corso molto utile perché ti fornisce basi a livello organizzativo tuttavia rimango dell’idea che per lavorare da remoto ci sia prima necessità di un percorso in un’azienda o in uno studio professionale per portare l’attività lavorativa a te e procedere autonomamente da remoto.

 

Sono stati utili gli studi che hai fatto?

Alla base del mio percorso c’è un’esperienza acquisita in studi legali e professionali, oltre che in azienda del settore della comunicazione! Il percorso universitario e professionale sono dunque serviti davvero tanto per avviare un lavoro da remoto, anche perché sono convinta che una prima formazione è necessaria prima di improvvisarsi lavoratore da remoto e questo perché è ancora necessario combattere lo scetticismo sul remote working, come controllare il lavoratore mentre è all’opera. Ci sono diverse modalità per calcolare le ore e i minuti effettivi di lavoro, per esempio io utilizzo Toggl che è una piattaforma gratuita che mi consente di condividere con un cliente un progetto online, visibile da me e dal cliente per monitorare i minuti effettivi di lavoro.

 

 

Come hai creato la tua immagine professionale in rete, quali sono stati i passaggi? E quali gli strumenti principali?

L’ho creata grazie al mio progetto, il sito egloconsulenza.it, che nasce dall’unione di tre parole: consulenza è l’attività che propongo, glo deriva dal mio nome e la e iniziale rappresenta una sorta di metafora dell’e-commerce, termine che ormai è entrato appieno nel mondo digitale, e come l’e-commerce anch’io voglio essere pane quotidiano per i professionisti che lavorano sul web. Il progetto è gestito interamente da me a livello organizzativo, capita a volte ci sia la necessità di collaborazioni esterne, ma il rapporto iniziale con il cliente lo gestisco sempre io. Questo perché credo necessaria la soddisfazione da entrambe le parti: tu cliente hai un problema e io consulente ho la soluzione, insieme troviamo quella migliore possibile. Insomma, il mio lavoro è una vera e propria missione.

 

Come hai trovato le persone giuste a cui rivolgerti? Come sei riuscita a entrare in contatto con i primi clienti?

Non mi sono portata via nessun contatto legato alle aziende o agli studi professionali dove ho lavorato, perché volevo dare al progetto una mia impronta personale, affrontando anche tutte le difficoltà del caso. Ho fatto e faccio molta attività di marketing online, pubblicizzo sui social (Facebook, LinkedIn) e questo mi ha permesso nel tempo di entrare in contatto con la mia nicchia di mercato. Se all’inizio, però, pensavo di riuscire a lavorare esclusivamente con studi professionali, la clientela si è estesa a settori che mai avrei pensato, come per esempio ristoratori.

Ho vissuto anche il cosiddetto rovescio della medaglia: un giorno su Facebook mi tagga una mia cliente a un post esterno, dove vedo il mio volto, ma senza nome e cognome, solo con la dicitura assistente virtuale… nei commenti si è aperta una discussione sui servizi offerti e per fortuna la mia cliente ha garantito per me e per la mia professionalità, definendo un fake il contatto da cui era partito il post! Ignoro ancora oggi l’identità del contatto, ma racconto questo per dire che la web reputation è fondamentale, è importante quello che vai a postare online, perché una mossa sbagliata potrebbe compromettere la tua reputazione e quindi il tuo lavoro.

Per entrare in contatto con nuovi clienti, invio sempre una piccola lettera di presentazione facendo rifermento alla mia attività e alle diverse tipologie di servizio che posso offrire! Non accetto qualsiasi lavoro, valuto anch’io il profilo LinkedIn di chi mi contatta (tra l’altro LinkedIn offre la possibilità di recensire aziende e professionisti) e a me una volta è capitato di imbattermi in una recensione negativa e non ho accettato il cliente visto che un professionista aveva recensito negativamente l’azienda, e per noi lavoratori da remoto la reputazione online è fondamentale anche perché è importante avere la certezza che il lavoro ti venga pagato.

 

Esatto, stai anticipando una delle domande che avevo in mente! Come riesci a tutelare il tuo lavoro? Firmi un contratto con tutti i clienti?

Il bello di aver studiato giurisprudenza! Quando chiudo un accordo, accettato il preventivo, c’è la stesura di un contratto e prerogativa è chiedere sempre un anticipo (rispetto alla durata del rapporto lavorativo) e poi alla fine si procede con il saldo, oppure l’importo è totalmente anticipato. Sono una persona molto precisa e meticolosa nel lavoro, già dall’inizio capisci l’empatia che si può creare con un cliente! La professionalità paga! Per fortuna, alla richiesta di pagamento anticipato, non ho mai avuto problemi!

Di solito faccio una consulenza iniziale, come contatto telefonico o videochiamata per individuare gli obiettivi da raggiungere, poi redigo un preventivo, infine il contratto di servizio, anche perché occorre garantire la tutela della privacy, dei dati sensibili, e non per ultime le modalità di retribuzione. Sul sito del progetto trovi una sezione specifica per questo aspetto!

 

 

Se i lettori della rubrica Thinkaway volessero intraprendere un percorso simile al tuo, quali sono gli step che consigli? Quali sono a tuo avviso gli errori da evitare?

La professionalità innanzitutto! E a mio avviso, l’unico vero errore da evitare è quello di non dare importanza alla propria immagine online, bisogna curarla con attenzione e costantemente! La web reputation è fondamentale, come dicevamo prima!

Per chi volesse, invece, approcciarsi all’assistenza virtuale consiglierei di definire e seguire una propria missione, trovare un proprio spazio senza fare inutili copia e incolla, bisogna puntare su quello che si sa realmente fare e un po’ alla volta i clienti arriveranno!

 

 

Intervista a Emanuela Agrini – 35 anni – Copywriter e Social Media Specialist. È di Genova ma vive a Belfast e lavora in questo settore da sei anni, soprattutto per l’Italia. Oggi il suo lavoro si sta aprendo anche a livello internazionale.

Ci racconti il tuo percorso formativo? Sono stati utili gli studi che hai fatto?

Ho frequentato il liceo artistico e poi un corso laurea in archeologia, al termine degli studi ha dovuto scegliere “cosa fare nella vita” e, dovendo rinunciare con dispiacere alla professione di archeologo, ho deciso di seguire un corso per programmatore HP, ma mi sono resa conto di non  voler seguire questa strada. Grazie però a uno stage successivo al corso, ho avuto la possibilità di occuparmi della mia prima campagna marketing legata ai social media. Di qui ho seguito un corso sul web marketing applicato al web 2.0 e questo mi ha introdotta al lavoro che ancora oggi porto avanti. Quindi la formazione accademica non è servita in senso stretto, se non a livello umanistico: essendo copywriter scrivo molto e mi è servito tanto. La formazione più specifica l’ho ottenuta grazie ai corsi che ho seguito successivamente.

 

All’epoca quanto ne sapevi di remote working?

Non molto, ma sapevo che era quello che volevo fare perché fin dai tempi dello stage non ho mai sopportato l’idea di essere costretta a orari imposti, tanto più se si trattava di un lavoro che poteva essere svolto da qualsiasi posto. Nel 2010/11 in Italia non se ne sapeva molto di remote working, esisteva ma non era una parola sulla bocca di tutti. L’unica possibilità che ho avuto in questo senso è stata quella di lavorare come freelance, perché la condizione dei lavoratori dipendenti da remoto non era assolutamente contemplata. Oggi si trovano invece posizioni aperte, come dipendente da remoto, sia in Italia sia all’estero. Ma all’epoca non c’era nulla, quindi ho aperto la mia partita IVA e ho cominciato ad avere collaborazioni con aziende che si sono rivelate continuative e mi hanno aperto a nuovi contatti.

 

C’è stato un momento in cui hai sentito che la tua posizione lavorativa, proprio perché da remoto, doveva essere tutelata?

Sono tutt’ora una freelance. L’unico modo per tutelarsi a 360° è diventare dipendente, ma io sapevo che non era una cosa per me. Ci sono stati periodi in cui il lavoro non era moltissimo, ma una volta che si parte sono pochi i periodi in cui si resta senza lavoro.

 

Mi rendo conto che parliamo di tempi diversi, ma oggi si parla tanto di immagine professionale in rete… c’è chi presenta se stesso e i suoi servizi con una presentazione su slide share, tu sei ricorsa a questi strumenti o è bastato un curriculum?

Lavorando come social media specialist, i social media sono fondamentali. Non ho mai inviato un curriculum per avere un colloquio e ottenere un lavoro. Quando ho cominciato a lavorare in questo campo, il mondo dei social media era davvero a un livello embrionale. Eravamo a Myspace e ancora non c’era stato il boom di Facebook, essendo all’epoca una professione in via di sviluppo il passaparola ha fatto tanto.

 

E oggi il passaparola vale ancora oppure hai raggiunto il tuo pacchetto clienti?

Vale ancora il passaparola, ho dei clienti fissi con collaborazioni stabili, ma ci sono anche periodi in cui si fa un po’ più di ricerca e spesso i nuovi clienti arrivano per passaparola. La presenza sul web è necessaria, soprattutto se si considera il settore in cui si opera. Il portfolio clienti ha un grande valore, ma allo stesso mondo è fondamentale la mia comunicazione: posso far vedere che cosa faccio, di che cosa mi occupo, come parlo, come scrivo… E ovviamente sono importanti i profili, come per esempio LinkedIn che raccoglie tutte le informazioni ed esperienze, è un profilo pubblico a disposizione di tutti.

 

Adesso che ti sei trasferita definitivamente a Belfast e sta cambiando il tuo raggio d’azione, hai un doppio profilo? Lingua italiana e lingua inglese?

Per quanto riguarda LinkedIn, offre la possibilità di avere un unico profilo in più lingue: il mio è in italiano e in inglese. Inoltre è molto comodo, perché se un utente visita il mio profilo dall’Italia visualizza i contenuti in italiano, mentre se visita dal Regno Unito o in ambito internazionale la visualizzazione è direttamente in lingua inglese. Questa funzione è molto comoda e utile per riuscire a espandersi sul lato internazionale.
Anche i miei altri profili sono bilingue soprattutto perché il mio è un target internazionale.

 

Altri strumenti che consigli a parte LinkedIn?

Sicuramente consiglio di avere un sito o un blog per avere una buona presenza online ed essere raggiungibile in termini di ricerca da persone interessate a collaborazioni: in qualche modo sono gli strumenti in cui si concentra tutta la comunicazione e il Personal Branding del professionista. Nel mio blog personale, per dire, presento il portfolio clienti: ovvero tutte le collaborazioni precedenti e lo sfrutto per presentare me stessa e il mio lavoro e anche questo è in versione bilingue.

Credo che nel momento in cui si affronta un discorso come quello del Personal Branding il social media marketing è imprescindibile, nel senso che comunque bisogna capire che a parte i profili privati, tutti quelli pubblici (Instagram, Twitter, pagina Fb) non sono mai profili esclusivamente personali, bisogna fare molta attenzione a come e a cosa si comunica. Io stessa valuto i profili dei miei clienti, innanzitutto LinkedIn, per ottenere informazioni aggiuntive (magari su i social principali torna tutto e su Instagram trovo contenuti per me discutibili). A volte il cliente non è quello giusto per te e bisogna lasciarlo andare piuttosto che adattarsi a tutti i costi per avere un lavoro che ti starà poi scomodo.

 

Ti è mai capitato di entrare in rapporto lavorativo con clienti con cui non hai mai siglato nessun tipo di contratto e era in dubbio anche la retribuzione?

Si, per me è una condizione molto comune. Se sono lavori di grande portata chiedo un anticipo, ma 99 su 100, sempre grazie al passaparola, la persona che mi contatta ha già lavorato con qualcuno che mi conosce, è quindi un circolo “sicuro”. Può sempre capitare di trovare chi non riesce a pagarti, ma per fortuna io ho incontrato solo clienti in grado di rispettare gli accordi presi.

 

Se i lettori della rubrica Thinkaway volessero intraprendere un percorso simile al tuo, quali sono gli step che consigli? Quali sono a tuo avviso gli errori da evitare?

Credo innanzitutto che la prima cosa da fare sia leggere! Che sia un libro o una rivista di settore, perché in un lavoro in cui hai a che fare con le parole non puoi prescindere dalla conoscenza approfondita della lingua italiana. Leggere articoli sul web: se si vuole lavorare come social media manager devi avere un feed nel quale ogni giorno di fai un’idea di quel che sta succedendo nel mondo, perché le cose cambiano velocemente ed è necessario tenersi aggiornati.

Lavorare come copywriter implica avere passione con la scrittura, bisogna esercitarsi e non c’è niente di meglio di un blog, magari partendo con soluzioni economiche (vedi wordpress). Consiglio infine di usare le community sui social media e quelle dei siti di settore per quanto riguarda i professionisti del settore in cui ci si vuole specializzare. Per esempio si trovano facilmente anche su Facebook le community dei Social Media Manager e ci sono tante possibilità per imparare aspetti del lavoro grazie ai consigli di chi è più esperto, ma poi si possono trovare anche offerte di lavoro anche per chi è ai primi passi, magari con stage.

A mio avviso l’unico errore da evitare, per quanto non sia facile, è quello di farsi scoraggiare da quello che pensano gli altri sul lavoro da remoto. Spesso la gente non capisce bene e non accetta queste nuove modalità di lavoro.

 

Tu di solito cosa leggi? Hai siti di riferimento?

Normalmente faccio un po’ di rassegna stampa, almeno una volta a settimana, su Social Media Examiner. In generale mi rifaccio alle riviste internazionali, le più grandi novità sono pubblicate negli Stati Uniti, e sono tutte riviste online e fruibili gratuitamente.

 

 

Quali sono state le riflessioni che ti hanno spinto a testare e a seguire le opportunità che riserva il lavoro da remoto? Cosa ti ha davvero convinto a perseguire questa strada?

Amo quello che faccio perché mi permette di conciliare la mia vita professionale con quella familiare grazie al lavoro da remoto e mi piace aiutare i miei clienti mi occupo per loro di tutto ciò che è delegabile.

Il passaggio al lavoro da remoto è stata una scelta e la vera occasione è stata la maternità. Mi trovavo a una sorta di bivio: lavoravo da anni come dipendente presso un’azienda tradizionale come impiegata commerciale per l’estero e quando ero in gravidanza lavoravo come educatore cinofilo. Al rientro dal periodo della maternità avevo due alternative: rimettermi nel mondo lavorativo tradizionale e quindi inviare cv e fare colloqui, oppure trovare un modo di mettermi in proprio e fare un’attività solo mia. Ho scelto la seconda opzione, perché non credevo più nel mondo del lavoro tradizionale.

Da una parte perché sono convinta che grazie al mondo del digitale il modo di lavorare si stia evolvendo e un po’ perché per esperienze pregresse non tanto felici. Ovviamente la società in cui viviamo ci dice che per essere normali bisogna avere il posso fisso, a tempo indeterminato e la massima aspirazione come dipendente deve essere la scalata sociale all’interno di un’azienda. Questo è quello che le persone intorno a me tutt’ora pensano. Io non ero e non sono assolutamente d’accordo! Ho avuto l’estrema fortuna di lavorare in un’azienda stupenda per 5 anni, la cosiddetta azienda utopica, in cui succedono cose per meritocrazia, in cui capo e colleghi ci tengono affinché tu impari e quindi consigliano, insegnano, un bell’ambiente con grande affiatamento fra persone. Da li ho imparato tanto, almeno il 90% di quello che so fare fino al punto di prendere l’assistente virtuale come professione.

Allo stesso tempo però ho avuto la sfortuna di capitare in un’azienda, che accanto alla dimensione utopistica del lavoro guardava il profitto, gli interessi aziendali (non gliene faccio una colpa) ma con la maternità hanno fatto di tutto per mandarmi via con pratiche poco carine e quindi ho conosciuto entrambi i lati della medaglia.

Per cui capirai che non avevo proprio nessuna voglia di ritornare in una dimensione aziendale. Bisogna poi anche considerare l’indole personale, io sono una persona estremamente indipendente e ho sempre saputo che quando avrei avuto un figlio avrei fatto un lavoro part-time proprio per poter essere presente nella vita di mio figlio e non farlo crescere in un asilo, o dai parenti.

 

Quali sono stati i primi passi? Sono stati utili gli studi che hai fatto? Hai dovuto implementare aspetti necessari al remote working e che ti mancavano? Se sì, quali? Hai seguito corsi in presenza o una formazione a distanza?

Oggi trovare un lavoro è difficile, poi se sei una donna puoi essere d’intralcio per un’azienda, puoi voler avere un figlio, poi magari il secondo. Inoltre, vivo in provincia di Milano e se avessi voluto trovare un lavoro adeguato alle mie competenze bisognava mettere in conto gli spostamenti (macchina, treno, metropolitana) e quindi tempo, soldi e stress in più. Inizialmente ho comunque inviato cv e continuato a fare colloqui per tenere tranquilli i familiari ma allo stesso tempo, in ogni momento libero, cercavo via internet una soluzione che mi permettesse di lavorare in maniera autonoma. Non mi era tanto chiaro il come, cercavo ovunque, qualsiasi lavoro andava bene purché mi permettesse di lavorare da casa e in maniera autonoma. Volevo aprire un’attività in proprio come educatore cinofilo, sono passata al telemarketing, flop totale. Intanto continuavo a fare colloqui e mi è capitato di essere chiamata per essere assunta con contratto ma con una scusa non mi sono presentata a firmare, perché il senso di oppressione provato al solo pensiero di rivivere certe situazioni mi ha portato a desistere, fino al punto di non accettare un posto di lavoro.

Poi tra le mie ricerche online mi sono imbattuta nel blog di Nomadi digitali, blog che raccoglie testimonianze, storie articoli di persone che lavorano viaggiando e ho letto un articolo di Mary Tomasso, una donna che ha portato in Italia un corso per diventare assistenti virtuali (ce ne sono anche altri in Italia e in italiano) e leggendo la sua storia e capendo meglio cos’è un’assistente virtuale ho deciso di provare. Da un lato mi permetteva di non buttare via niente di quanto appreso precedentemente nella mia vita professionale e nel percorso di studi (ho fatto lingue) e dall’altro era quello che volevo fare perché è un lavoro che si svolge da casa e con una giusta organizzazione mi permette incastri con la mia vita personale. Così l’ho contattata e mi sono iscritta al suo corso online, l’ho frequentato e ho ampliato il mio bagaglio di conoscenze (nel corso vengono spiegate come lavorare da remoto, ho imparato a promuovermi: aprire un sito, creare un proprio blog, essere presente in maniera coerente sui social) ho imparato nuove cose che ho aggiunto alla mia formazione.

Il corso di Mary Tomasso è in lingua italiana, ce ne sarebbe un altro ma all’epoca l’ho scartato perché sebbene avesse un programma piuttosto ricco e strutturato, aveva logicamente un prezzo allo stesso modo corposo. Quindi io ho investito i miei ultimi risparmi e mi sono buttata. È andata bene, ma ci sono state anche difficoltà. Sono tante, al di là dell’investimento: ti ritrovi a scontrarti con un grande limite psicologico che ti impone la società odierna, parenti e amici che hanno già un lavoro a tempo indeterminato. Mentre con scelte come quelle che ho fatto io ho dovuto resistere e combattere, all’inizio io stessa non potevo pensare che una persona che da sempre aveva fatto l’impiegata commerciale potesse passare tutte le sue competenze in una nuova tipologia di lavoro e rilanciarsi grazie a internet. Ho sempre ragionato come le persone che mi stanno intorno: lavoro in ufficio, orari definiti… e invece…

 

Dopo il corso hai creato la tua immagine professionale in rete, quali sono stati i passaggi? E quali gli strumenti principali?

Ho innanzitutto creato il mio sito Internet, seguendo passo passo i tutorial e indicazioni del corso per utilizzare wordpress, con annesso blog e scrittura di articoli, devo dire a gran fatica perché non sono una che ama la scrittura, prediligo più la voce, tant’è che ho creato un podcast. Contemporaneamente ho occupato spazio sui social, perché se non sei sui social a che serve un sito? A fare da vetrina?

All’inizio ero un po’ dappertutto, Facebook, LinkedIn, Google Plus, ma col tempo e l’esperienza ho capito che essere ovunque non serve, innanzitutto per un dispendio di energie e poi perché devi sapere dove si trova il tuo pubblico di riferimento non è detto che il target ideale sia dappertutto.

 

Oggi quali social consiglieresti?

Dipende sempre dal cliente con cui scegli di lavorare. Consiglio sicuro LinkedIn che in realtà non ho mai abbandonato, prediligo l’uso di Facebook, ogni tanto mi trovate anche su Snapchat perché i miei target sono fondamentalmente li. Bisogna fare un’indagine a priori e definire una strategia.

 

Come hai trovato le persone giuste a cui rivolgerti? Come sei riuscita a entrare in contatto con i primi clienti? Sono ancora gli stessi?

Dopo poco aver pubblicato il sito, dopo al massimo un paio di mesi, è arrivato il primo cliente. Poi ne sono arrivati altri anche perché ero presente già prima sulla piattaforma di Appwork e molti sono arrivati da li. E poi LinkedIn ha aiutato tanto!

Hai solo clienti italiani oppure anche stranieri? Necessario un profilo in lingua inglese?

Per il momento il mio lavoro è per un pubblico italiano, mi sono capitati clienti italo americani, poi vedremo più avanti se allargare la cerchia all’estero. Il mio target è italiano, il mio sito, il mio profilo LinkedIn è in italiano. Non ho tempo adesso per sviluppare nuovo target.

In questi due anni ci sono stati errori che avresti evitato?

Gli errori è sempre bene farli. Il mio è stato aver sbagliato la nicchia di mercato come target perché al corso dicevano parti dalle tue passioni per trovare i tuoi clienti ideai. Che è giusto! Peccato che non collimavano tanto bene con lavori altamente remunerativi. Essendo io appassionata al mondo degli animali, non c’era rispondenza alla necessità di un’assistente virtuale. Altra mia passione è l’artigianato artistico, ma anche qui davvero difficile ci fossero clienti bisognosi di un aiuto. Ho quindi puntato a professionisti, imprenditori….

All’inizio si ha la paura che non arrivi mail il cliente. Questa è un altro errore: si teme che i clienti non arriveranno mai.

Per dire, i primi arrivati non facevano parte né della categoria pet né di artigianato. Nel tempo, dunque, ho fatto e disfatto la mia categoria di mercato e man mano ha preso tutto forma fino ad arrivare ad oggi in cui i miei clienti sono per lo più donne che fanno già parte nel mondo del marketing online, hanno una presenza sul web, lavorano online. Così facendo ho escluso dalla cerchia tutte le persone che non conoscono questa modalità operativa, oppure la conoscono ma non la considerano realmente. Ho fatto una scrematura generale che mi è servita tanto.

Contemporaneamente ho cominciato a lavorare per un famoso podcast in Italia e io stessa ho creato un podcast e questo mi ha permesso di entrare nel giro dei podcaster offrendo servizi strutturati e mirati per chi si occupa di questa tipologia di contenuti.

 

Come tuteli il tuo lavoro? Firmi un contratto con tutti i clienti?

Fin da subito ho tenuto duro perché ho chiesto sempre il pagamento anticipato. Per esempio, se il totale superava una certa cifra, allora dividevo il pagamento: 50% anticipato e 50% alla fine. Il rischio è che lavori, penalizzando magari il tuo tempo per altri clienti, e succede che non ti paghino. Nel tempo ho rivisto il pacchetto servizi, tariffe e le condizioni, oggi invece chiedo esclusivamente il pagamento anticipato. Per fortuna non ho mai avuto problemi, mai nessuna obiezione sull’anticipo. Probabilmente perché il mio target è abituato a lavorare in un certo modo.

 

Se i lettori di questa rubrica volessero intraprendere un percorso simile al tuo, consiglieresti di seguire nuove strade o i tuoi stessi step?

Rispetto a due anni fa, in cui la professione era pressoché sconosciuta, la situazione oggi è diversa, se ne sente parlare certamente di più…  Mi sento di consigliare il corso di Mary Tommaso o quella della Virtual Assistant Academy (che però non conosco, tranne che sulla carta) che hanno una bella differenza di prezzo. Quello che ho seguito io mi ha dato certamente una buona preparazione, l’ho sempre consigliato, anche alle mie clienti: persone che tutt’ora seguo come consulente. Questi corsi online hanno il pregio di fornire una buona infarinatura se parti da zero, ma bisogna sempre approfondire. Oggi faccio anche consulenza per chi vuole lavorare da casa, chi vuole fare il mio stesso lavoro e ha bisogno di una mano, magari persone che avevano frequentato il mio stesso corso ma che poi avevano bisogno di un sostegno, un tutoraggio nell’avviamento dell’attività, nella promozione online.

Nel tempo ho capito che non tutte le persone hanno bisogno di fare il corso: per esempio un ragazzo che mi ha contattato, un videomaker, capace di creare un sito voleva capire come promuoversi per trasferire le sue competenze nel lavoro dell’assistente virtuale. In questo caso non ha senso fare il corso, piuttosto consiglio quali sono gli step da fare per andare oltre. Diverso è il discorso per chi a stento è in grado di usare word o excel, chi non ha mai sentito parlare di Internet Marketing, ha bisogno del corso per essere introdotto al mondo in cui vuole lavorare.

 

Segui un blog specifico per aggiornarti? Cosa leggi più frequentemente?

Leggo random un po’ di tutto e un po’ di tutti nel settore. Quello che faccio invece con costanza tutti i giorni, tutto il giorno è ascoltare podcast. Da quando li ho scoperti mi si è aperto il mondo: i podcast sono contenuti fruibili in formato audio, puoi ascoltarli quando vuoi, io li sfrutto nei tempi morti (quando porto fuori il cane, quando mi occupo delle faccende di case). Ce ne è di qualsiasi tipo e su qualsiasi argomento.

Consiglio innanzitutto: Strategia Digitale di Giulio Gaudiano, per chi lavora nel mondo del marketing è un must! Poi Digitalia di Franco Solerio, Massimo De Santo, Michele di Maio e Giulio Cupini. Inoltre consiglierei Content Marketing Italia di Alessio Beltrami.

Il mio podcast Lavorodacasa in cui intervisto altre professioniste che lavorano in maniera indipendente e da casa che ce l’hanno fatta. Si trovano su piattaforme come iTunes e Spreaker.

Infine, un altro podcast utilissimo per chi vuole essere presente anche su LinkedIn è quello di Fabio De Vita: Vendere con LinkedIn; infine mi sento di consigliare i video di Marco Montemagno.